Il Canto delle Pietre

Pochi riti attraversano il tempo come fiumi silenziosi, custodendo intatta la propria sorgente. L’Inipi o Capanna del Sudore è uno di questi: respiro antico della terra, grembo oscuro in cui l’essere umano torna a spogliarsi di ciò che opprime.
Io preferisco chiamarlo Canto delle Pietre. Perché sono loro, per prime, a permettere un cambiamento.
Da millenni questo rito conduce figli inquieti ai piedi della madre comune. Là dove il calore non è solo fuoco, ma memoria. Là dove il sudore non è soltanto acqua del corpo, ma resa, abbandono, restituzione. Le tossine scivolano via come ombre al tramonto, e nella nudità del respiro il corpo ritrova la propria leggerezza originaria.
Eppure l’Occidente, affamato di esotico, spesso ne trattiene soltanto il calore, scambiando il sacro per una semplice sauna. Dimentica che la Capanna nasce dal dono.
Dono sono i rami, un tempo vivi, piegati con rispetto a formare lo scheletro del grembo. Dono sono le pietre, integre, che offrono il loro ultimo canto nel rosso ardente. Dono sono le erbe, cresciute nel sole estivo, che liberano il loro sentore balsamico nell’oscurità.
E dono sono coloro che varcano la porta dell’oscurità. Carponi, come all’alba della loro vita. Senza nome, senza ruolo. Illustri sconosciuti l’uno per l’altro. Il sacrificio (sacrum facere) non è perdita o sconfitta, ma consacrazione: rendere sacro ciò che si è. Farne dono alla terra ed ai fratelli.
Nell’ombra vibrano canti, preghiere, suoni di sonagli e tamburi, lacrime e grida; poi il silenzio, che è la voce più antica. E ognuno ritorna nel grembo della Madre – talvolta profanato dall’oblio umano – per chiederle perdono diventando, nella propria consapevolezza rinnovata, offerta di sé.
Così la Capanna mista purifica e rinnova, come pioggia d’estate.
Ma vi è anche un’altra soglia che può essere varcata: molto più intima e personale.
La Capanna individuale, solitaria e ardente, dove si entra per incontrare i propri demoni. Là il fiume della vita, divenuto rigagnolo stentato e torbido, cerca di nuovo il suo letto ampio. Io la chiamo Rito di Guarigione Sciamanica: non perché cancelli la ferita inferta, ma perché ne sveli il linguaggio segreto, intreccio indissolubile di possibilità.
Non sopprime l’ombra, la ascolta, dandole spazio di espressione. Non combatte il sintomo, ma interroga l’anima rifacendosi alla sua matrice.
Il conduttore non è un taumaturgo, ma custode del varco. Non guarisce, ma prepara il campo alla frequentazione degli Spiriti; poiché è l’azione sacra, nel suo ardere silenzioso, a creare lo spazio per cui ciò che è spezzato possa ricordare la propria interezza originaria.
Chi sentisse risuonare queste parole e desiderasse prenotare il proprio Rito (nella forma – individuale o collettiva – che avrà prescelto), potrà in ogni momento contattarmi in privato.

Andrea "Roccia Che Canta" Raspi, counselor ed educatore. Fondatore dell'Associazione Casaruota

Andrea Roccia che Canta

Educatore e divulgatore di pratiche sciamaniche nativo-europee. Co-fondatore dell’Associazione Culturale Casaruota, guida percorsi di crescita, cerchi e riti della tradizione animista.

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